Viaggio 1

Il cielo si trasduce in una quantità infinita di luce. Oggi scrivo con l`intento di raccontarvi questi giorni. Questo viaggio fatto, questi brevi racconti tutto ciò di cui vivo, che aspiro, che nutro dentro me per aver realizzato questo desiderio di fuga, di andar lontano e percepire il mondo per quello che è . Se solo penso che la terra ruota in questo momento, sento dentro un senso di profondita estrema. Oggi, sono andato in Val Verzasca. Dove il verde si sposa bene su ogni palpebra. Per arrivarci si percorre qualche chilometro in una Svizzera piuttosto trafficata. Al posto di guida seguivo solo la strada, la mia mente legata all`asfalto rimaneva fissa su quel pensiero. La musica schizzava fuori dalle casse della radio. Mare fammici stare bene. Partenza alle 11 di mattina, abbastanza in ritardo, ma causa sveglia non impostata non potevo partire prima. Tempo di preparare macchina fotografica,telefono, zaino con una borraccia d`acqua dentro ed ero gia pronto per la strada. Affrontai il viaggio con la spensieratezza di chi si sente al di fuori della logica di questo mondo. Solo con i miei pensieri. Sarà un`estate strana per me, senza la possibilità di avere ferie, sfrutterò al meglio ogni weekend di queste settimane. Penso che partirò per settembre, ho diverse mete da raggiungere, dovrò sceglierne una. La strada si fece più bella dopo aver passato Mendrisio, le montagne arrivavano, io mi facevo piccolo al loro cospetto. Dalla strada si svoltava in un incrocio e da lì si proseguiva in salita verso tornanti prima e poi una diga immensa. L`acqua correva verso le pareti del fiume, gente affollava il parapetto della diga facendosi foto e selfie. Io prosegui dritto, verso una galleria. Cambiai playlist e scelsi un genere Vanlife. Vidi molti Van affollati di gente, tedeschi sopratutto. Percorrevano quella strada con me, con le loro chiacchiere e le loro congetture su ciò che li aspettava. Tornanti su tornanti, il limbo, la danza di auto e Van proseguiva senza distrazioni. Dal guardrail, si apri una valle e dal bacino della diga si apri un lago. Acqua limpida e profonda. Qualcuno sporto da sopra a fare fotografie. Cave. Mumford&Sons. Occhiali da sole. Solitudine. La massima espressione di libertà è la solitudine. Quando affronti un viaggio in solitaria, almeno per quello che mi riguarda, pensi sempre di star sbagliando che la vita è condivisione, che la vita è un momento che si ripete nel tempo da far vedere e da condividere con più persone. Ma si sbaglia. Vivere e un recipiente di plastica da riempire con tutta l`essenza di questo mondo. Vivere e ricercare se stessi dovunque con la possibilita di non trovarsi mai veramente. Altrimenti l`alternativa e vivere vite longeve ma vuote, infelici. La libertà soffia sulla poesia, mi portai dietro un taccuino.
Fini col passare dentro un borgo fatto di pietra e baite di legno sul dolce declino erboso di quelle radure. Il verde fresco, vivo, ti inebria di quel qualcosa che non sai bene tu come spiegare. Se non un forte istinto dentro di slacciarti le scarpe e correre nei campi a piedi nudi come bambini divertiti dal volare di farfalle e bollicine. Fluttui senza saperlo, ma la tua concezione scientifica di gravità ti fa pensare che sei piantato al suolo come se ci fosse un peso sulle spalle di ognuno. Il primo parcheggio si trova adiacente un`osteria, nel finesettimana di solito è sempre pieno. Anche perché adiacente al fiume e al ponte dei tuffi, dove gente piuttosto coraggiosa o incosciente si lancia giù nel fiume, fortunatamente in alcuni punti e abbastanza profondo da non garantire pericolo eccessivo. Poco più avanti un`altro parcheggio sterrato, anche questo pieno di macchine, mi accolse. Gente in costume scendeva a frotte dalle auto parcheggiate. Scesi anche io dopo un`oretta bella piena di macchina, mi sgranchii le gambe e mi cambia scarpe. Le mie fidate scarpe da trekking mi attendevano nel baule, dopo aver bevuto un sorso, mi concessi il tempo per esplorare la zona. Dalla strada sulla destra si apriva un fiume, scavato nella roccia, l`acqua correva verso alcuni tratti dove si formavano rapide e piccole cascate. L`acqua era pulita, di un verde chiaro che subito nella mente si incesella come dipinto di un quadro. Il fondale coperto di sassi e poche porzioni di sabbia. Piccole gole si aprivano prima del ponte in sassi e pietre. Dalla strada ancora si sentivano le grida entusiaste dei bambini e il borbottio dell`acqua contro le rocce. Si stava bene all`aria aperta, non faceva cosi caldo da morire. Ma l`acqua come in ogni fiume di montagna era gelata. Dopo un tratto di rapide il fiume diveniva piu placido e tranquillo. Aiutato forse dal fondale piatto e dalla totale assenza di salti. Qualcuno col costume faceva il bagno, altri facevano foto a se stessi e alle altre persone. Altri erano li a camminare solamente. Mi addentrai nella folla oltre il ponte, e entrai nel bosco dall`altra sponda del fiume. Il chiacchiericcio delle persone era rotto a tratti dal rumore di tuffi e risate. Allegria.
Dal ponte ci si inoltra in un tratto di sentireri immersi nella natura, frinire e cantare di uccelli nascosti fra i rami degli alberi. La vegetazione era fitta, tanto da lasciar poco filtrare la luce solare. Foglie si muovevano al richiamo del vento. Bisogna tentar di vivere. Mi ripetevo questo quando inerpicandomi fra quei sentieri trovai una porzione di sponda tutta per me. Scelsi quel posto per via della conformazione della roccia, praticamente liscia, scavata per millenni forse dal proseguo della corrente. Attenzione al pericolo di scivolare. Dopo essermi ritagliato un posticino e dopo aver scattato qualche fotografia. Mi lanciai pure io in aqua tuffandomi dai sassi poco piu` avanti. L`acqua era gelata, pensai all`ibernazione. Ma dopo alcuni minuti il mio corpo si abituo alla temperatura e nuotai lasciandomi trascinare dalla dolce corrente che mi sospingeva verso valle. Bambini nuotavano assieme a ragazzi e persone adulte. Tutti in santa pace, che probabilmente si godevano questi sprazi di vacanza come me. Altri rimanevano sulla sponda del fiume a prendere il sole. Qualcuno aveva portato una radio e musica veniva fuori, ci accompagnava in quei momenti, nella mia vita penso non ci sia stato momento vissuto senza l`ausilio di musica. Il sole scaldava la pelle fredda dall`acqua. La mente fluttuava rilassata nel momento che stavo vivendo. Al di là degli spunti di riflessione che mi creava quel posto. Cercai di vivere il momento. Sono nato viaggiatore, sono nato per scrivere. Di controparte mi viene da dire che forse sono nato per stare da solo, e per non scrivere qualcosa che passera hai posteri. Ma non voglio sparire. Voglio contribuire. Voglio poter viaggiare quanto più possibile. Voglio poter esprimermi con le mie parole, con le mie sensazioni. E se saro solo, saprò che avro uno scopo cioe quello di scrivere, di vivere due o tre volte un`emozione forte da creare orgasmi continui nella mia mente. Dopo aver fatto un bagno o frse due, mi dedicai alla scrittura. Tirai fuori il mio taccuino e scrissi cio` che dentro serbo al suono della mia voce. Pensieri. Scrivo storie per vivere quelle emozioni che sfuggono alla mia vita come salmoni in un fiume. Per troppo tempo ho rinunciato a vivere cosi, per troppo tempo mi sono negato questa possibilita. I cicli di una vita si susseguono in un pendolo di emozioni. E non sto parlando di fiolsofia o psicologia. Sto parlando di vita in generale. Grezza. Serena. Stanca. Triste. Felice.
Dopo quella pausa di totale scrittura, mi diedi all`esplorazione del bosco adiacente. Sentrieri si aprivano davanti a me, il rumore del fiume mi accompagnava nelle sue rapide, in quella camminata di pura pace interiore di spirito e anima. Ad ogni passo trovavo cose di me nascoste alla superficie. Non mi sentivo affatto triste per essere solo. Non avevo sensazioni di pena o mortificazione alla parola solitudine. Anzi ero concentrato, mi sentivo libero. Dal bosco, dagli alberi, tornai alla macchina e poi dritto verso casa. Ma dagli alberi tornerò un giorno e a quel fiume portero fiori che alla fine bisogna sentirsi grati alla vita anche se non abbiamo le stesse possibilita che hanno tutti. Stiamo vivendo siamo grati per questo.

Pace.

*poesie scritte dal fiume*

Spesso mi chiedo
Dell’esistenza delle stelle,
E se fossero lì
Solo per scusaci
Di questi baci?
E se fosse solo
Vento sulle labbra
Quest’eco vibrante?

Eterno dibatterti
Come fiume nell’anima,
Quando ti innamori
Ti lanci da altezze vertiginose
Non sapendo dei assi aguzzi
Che ti aspettano sotto
La superficie.

A Story 14 (a kiss) the end.

Il suono rimane perenne nella foschia, poi le balene vennero verso di noi, con le loro ampie ali volavano fra le correnti calde di quei mari. Il sole scotta in estate, tutti parlano di amore e creme solari. Io quella estate la passavo con te lontano dal turismo e i luoghi comuni. Effige, città, fiume dove l`oblio ci vinse senza aver fatto nemmeno fatica col suo proseguire via. Lontano le chiacchiere, i discorsi soliti di chi avesse vinto il campionato sotto l`ombrellone. Lontano dagli scandali, dalle tasse e dalle richieste di sussidio. La vita brucia in un van, dall`altra parte del mondo persone si mettevano in marcia da costa a costa. Mi pare oceano le tue cosce, il modo in cui l`amore ci consumava lembi e lembi di pelle. Siamo detriti di anime antiche.
“Dovremmo viaggiare ancora, io e te fin dove la benzina ci porta” mi dissi Rosy stringendomi sulla sponda di quel fiume scuro, sporco di fango.
“Dove?”
“Dovunque vogliamo, devo vivere”
Ecco, quel bisogno di vivere che pulsa dentro di te. Quel collegamento diretto. Quel bisogno estremo di esistenza. Di lunghi cieli distesi sopra i nostri occhi. Strade che si srotolano fin dove dolce la terra cade dentro il mare. Come e` strano il mondo. Essesre in un luogo che consideravo bello, e volersene comunque andare per vedere oltre. Ma non partimmo mai.
Quel giorno i tuoi ti portarono al paese, e non ti vidi per settimane. Non seppi mai perche`, seppi che si avvicinava sempre di piu` settembre. E la mia partenza era imminente. Cosa potevo fare? Se non dedicarmi alla solitudine e alla scrittura di queste parole. Non facevamo piu` l`amore ogni notte, la nostalgia mi vinceva e insonne passavo notti in bianco sulla spiaggia vicino casa. Assistetti per giorni interi le luci flettersi e creare fori nel cielo. Bracci di via lattea che dipingevano una rotta sul cielo. Scopri nuove costellazioni quelle notti alla ricerca di quella luce che mi sfuggiva. Sempre. Fuggivi via pure tu Rosy davanti alle porte di un`amore cosi potente. Da parte di mia ti ho amato piu` di questa esistenza. Era la mia anima ad averne bisogno, di bruciare per queste sensazioni. Di vivere cosi. Senza aver paura delle illusioni che ne derivano.
Lessi gli ultimi libri che mi rimanevano da leggere per quella estate, scrivevo tutto il tempo e la restante parte la passavo in mare. Sognavo che i tuoi baci da mille e una notte sulla sabbia che la mia pelle sfiorava. Sognavo il tuo viso, almeno una spiegazione. Poi seppi che non cera nessuno motivo. Era stata una storia, una storia partita da un bacio e finita col finire di una estate. Life.Love.Poetry.

A Story 13 (a Kiss)

Come puoi pensare che ci sia altro mare, oltre a queste case e schiere di strade? Come puoi immaginare che ci siano altri posti, isolati e che esistono e hanno diritto di esistere. Come noi, che assieme abbiamo diritto di esistere. Noi. Rosy. Stringimi ancora con la melliflua tua voglia stanca di posarti sul mio petto. Muoio di dolcezza quando dopo aver fatto l’amore, giochi col mio braccio. E mi guardi sussurrandomi: “é stato bello”
Amare ci rende più gracili di quanto si pensi. Se un domani non potrei più far l’amore penso che mi arrenderó alla vita. Alla ineluttabile conseguenza. Mi arrenderó e avrà vinto la vita, il suo scorrere infinito verso la fine del mondo.
Pioveva, fin troppo. E nell’aria l’odore della pioggia permaneva nei campi impregnati d’acqua. Volevo solo scrivere. Guardare il tempo che scorrere e starmene sereno. Attendendo qualcosa, magari un lampo, magari qualcos’altro. Con la leggerezza che si sente dentro di sé, quando ci si prende da giovani in queste infatuazioni dolci e prorompenti, solo ormoni. Se fossi realmente leggeri Rosy, potremmo volare come mongolfiere lontani. Sensazioni. Così saranno sensazioni belle, intense.
All’alba le parole finisco sempre. Anche se stai su tutta notte. Poi quando torni a dormire verso le 4 o 5 di mattina trovi quel mondo che si apre nella tua mente di possibilità ipotetiche, tutte li riunite in quell’assurdità di spazio vuoto. E non fai altro che dormire e pensare, a lei, con un copro stupendo, pelle contro pelle, anima su anima e respiro su respiro. Stai lì e pensi, pensi che tu possa vivere per sempre. Rosy mia, la vita scorre troppo veloce per poterti trattenere qui vicino sempre di più. Sempre più vicino. Vieni qui. Ora. Viviamo assieme bruciando in questo amore. Ma dormi e il temporale scorre; finisce. E ti trovi ad un’altro giorno, uno in meno, e il tempo corre pazzamente. Dovremmo ballare.
“dovremmo ballare sai?”
“che?”
“dico che dovremmo”
La brezza sui fiori di cedro. I tuoi capelli color miele e occhi grigi, nella mattina assonnata che ci sveglio. Ci svegliarono i tuoi a dire il vero, sgattaiolare via dalla finestra con in mano i vestiti mi fece sentire un’amante di qualcuno. Fu esilarante penso vedermi ruzzolare in mutande per il tuo giardino. Fino a raggiungere l’aperta campagna dove grilli friniscono.
Il mondo ti cambia, da dentro senti il mare strofinare parte della tua anima con la corrente. Vita pulsa come porti alle quattro di mattina.
Tornai a casa per dormire ancora, svegliandomi verso pomeriggio. Non so se mi venisti a cercare, ma nei sogni di parlavo dei miei. Di andare via lontano, di guardare l’oceano e il suo santuario.
La libertà diventa solitudine se è estrema. Cosi scrissi le mie memorie su pezzi di carta a matita, simile a quando si disegna, torno alla mia città, il posto che ha fomentato il mio bisogno di ribellione. Chiamare qualcuno quando sbronzo passi la notatta fuori, sotto le stelle pallide che altro non fanno che baluginare nel tuo delirio di alcool e altre sostanze. Ho perso me stesso talmente tanto da trovarmi con adosso questo sudario verso la terra che mi rigetta nel suo desiderio di arricchimento infinito. Fossimo tutti ricchi non ci sarebbero problemi, ma neanche ordine, sarebbe anarchia. Terrifficante. L`isola, il mare, le sirene inghiottono negli abissi docili marinai alla ricerca di vero amore. Esso non esiste forse. Ma solo minuti di arte che passano veloci fra chiacchiere e risate.
Rosy guardava il mare come se in esso ci fosse una fine. Vestale. Libero e infinito.

A Story 12 (a Kiss)


Poi piove, spesso capita che l`annuncio arrivi dall`odore fra le frasche e i sentieri sterrati, campi coltivati in piena estate. Quella pioggia pittoresca che scende intasando i tombini e allagando le strade. Il temporale estivo con tuoni e lampi nell`aperto mare. Poi capita che devi stare chiuso in casa, ricordo che i tuoi erano andati al paese tuo. E che casa tua era una mongolfiera, le tende volavano e noi a guardare il panorama delle nostre anime, sporte in quella stanza. I caffè in mutande mentre scrivevo e tu leggevi, mentre nei nostri mondi collegati dalle appendici che erano le nostre mani. Potrei baciarti e proseguire nel provare per te un’infinito amore. Potrei continuare a sentirmi cosi dentro per un momento eterno. Riuscivi in quello che la società aveva fallito con me. Mi davi spazio, mi ascoltavi, mi amavi sopratutto. Pure io ti amavo, eri cosi bella Rosy.
<Amo la pioggia> mi dissi sporgendoti dalla finestra. Osservavi le gocce cadere sull`asfalto.
<Mi rilassa la ritmicità con cui tutto cade> aggiunsi.
<Perfino noi possiamo cadere> subito dopo.
la pische umana era argomento che più ti affascinava. Stavamo su ore a parlare di psiche di sogni, di atteggiamenti che l`uomo ha verso il prossimo sopratutto. Cercare il tuo sguardo era trovarsi davanti a porte semichiuse di quei giardini dove gelsi profumati ti inebriavano. La Sicilia si sente, si sente forte e gracile, frinisce nei campi fra le tue cosce. Poi piove, ancora e cercare le tue labbra equivale a dire una cosa solamente. Sprofondare in quell`inquietudine che di anime e amori fra la polvere. Se il mondo potrebbe osservarci in quel momeno, ci troverebbe divisi da quei pochi centimetri o lembi di pelle. Come isole divise dal mare. Ed esso forse ci divide unendoci in qualche modo. Natura umana, i dischi in soffitta e il vecchio gameboy con su pokémon. La mia infanzia stracciata, la tua colma di solitudine.
<Io abito al mare da una vita, lo riesco a respirare e forse anche idealizzare. Sono legata a questa terra, al di là delle ideologie. Sono consapevole del lembo di terra che ci unisce, della forza dei venti in inverno ed in autunno. Da piccola guardavo le primavere passare dalla finestra, pensando che mai potevo afferrarla, me ne stavo li a guardarla. Poi mi è cresciuto il seno e da lì sembrava un gioco divertente innamorarsi, darsi per poi ricevere, come se l`amore sia uno scambio. Avevo idee sbagliate in questo, l`amore è uno stato d`animo. È l`emozione che ti arde dentro, lasciandoti la gola arsa di quella sostanza peccaminosa forse per una ragazzina di quattordici anni. Ma sapevo, che volevo vivere. Sapevo che a respirare questa terra si finisce con il sentirsi in apnea. Il mondo mi aspettava, cosi decisi di darmi alla macchina fotografica. Ho avuto amori prima di te, alcuni intensi, altri non o per lo meno poco e niente. In pochi però sanno starmi vicino come fai tu, ci sono giorni in cui vorrei solo fare l`amore, concedermi alle tue labbra, alle tue mani affinché tu possa toccarmi in quei punti dove mi fai impazzire.>
Le dichiarazioni e la pioggia coincidono in qualche modo, la vita prosegue e forse noi siamo solamente bagagli o ascensori.
<Le cose poi sono cambiate, la musica pure, e con la fotografia volevo andarmene da qui, andare a vedere il mondo, guardarlo dietro una lente e catturare quante più ombre e luci possibili. Ma quello che mi rimane è questa isola e la possibilità di non potermene andare. I soldi e il resto, e con resto intendo i miei genitori>  altre dichiarazioni.
Il mio braccio destro ti avvolgeva il fianco nudo contro il materasso. Tentarti ora, sarebbe stato stupido da parte mia. Lasciarti parlare era più invitante e più delizioso. Lasciar le maree cambiare senza trattenere le correnti.
<Ho dei risparmi, possiamo andarcene quando più vogliamo. Cercare la nostra strada. Scoprire nuove isole da abitare> ti risposi all`avventura.
<Calmo avventuriero, c’è tempo e poi comunque devo prima finire il progetto>
<Quale progetto?>
Dal tuo armadio ne venne fuori un album dalla copertina in pelle nero intitolato: La mia abbazia.
Dentro quelli che considero i tuoi scatti migliori, dentro la vera faccia di quella terra martoriata e bistrattata forse. Dentro la faccia di terra arsa e prosperità umana. Sapevi cogliere il lato umano delle persone in visi che esprimevano più parole, più significati che il resto. Mi portavi nei tuoi occhi, forse recepivi diversamente ciò che le persone normali vedono. Eri più sensibile di molti. Dentro di me senti il bisogno di dirti:
<Ti amo>
con tutta l`emozione dentro che mi pulsava via da quella voce flebile di chi si sente di star pregando quel qualcosa che lentamente ti cambia la vita. Ove tu senti il mio nome, l`eco del tuo mi avvolge. Farei con te file davanti alle poste interminabili, farei con te la spesa per una settimana e andrei con te in giro coi sacchetti della spesa dovunque.
<Amami, ora> mi risposi tu.
<Ascolta, mi scoppia il cuore>
E in effetti era vero. Il cuore martellava nel petto, sfogliando quelle pagine. Arrivai alla fine e alcune pagine erano vuote. Mi spiegasti il tuo progetto, fra filigrane diverse e pellicole che si mischiavano in quella camera oscura che avevi a casa tua. Io ti stavo ad ascoltando perche amavo le persone appassionate di qualsiasi cosa. Tu mi feci scoprire un lato diverso della fotografia. Tu Rosy fotone dei nostri sguardi.

-Scrissi sulle tue labbra con le mie,
Che le lancette sfiorano
La nostra esistenza
a suon di scorrere in attimi d`eterno.-

E la luce ci scovo al di fuori di quel temporale a leggere libri nei campi di grano alti. Forse l`immaginazione mia era malata. Ma la vita mi scorreva dentro la carne, e sentivo che era arrivato il momento di farlo. Di vivere con l`esatezza di chi sogna che la realtà diventi nuova vita. Stringimi nella tua essenza e lascia che l`aria entri nei miei polmoni in perenne apnea. I cieli diventano più blu di purezza d`atmosfera. Forse i ghiacciai non si stanno sciogliendo in questo momento. Forse forse no. Ma forse anche si. Speriamo; sappi che ti amo.

A Story 11 (a kiss)

Il mondo altro non è che una balena. Siamo tutti alla sua caccia,tutti alla sua esistenza. Nei giardini di quelle estati, nei rioni di quelle città nei panorami di rocce fuse nelle salite lungo vulcani che brontolano. La luce continua a pulsare, senza mai fretta ma solo pulsando intensa, calore infinito, sudario semiaperto che si affaccia forse in questo angolo di paradiso che chiamiamo Alicudi. Li`con quelle strade, quelle case bianche da abbagliarti per via del riflesso del sole, alto, fucina di fissioni nucleari. Lì dove l’amore incontra il mare profondo e vivo tutt`attorno. Ero attonito, forse restio ad ammettere che prima d’allora ero stato maledettamente lontano dalla reale bellezza. Concetti alti, troppi per dedicarci una sola vita. Perché viviamo? Perché non ci dedichiamo ogni singolo attimo? Perché in questo momento non facciamo all`amore? Perché proseguiamo a vivere così,sempre lontani, ma con delle scadenze da finire ed esigenze da ottenere.

<Mi guardi come se galleggiasi sulla profondità della mia anima>

<Ti guardo perché sei tutto quello che nella vita ho cercato> e tu con occhi dolci e il resto di quel viso che rimarrà nei miei ricordi, volevo stringerti, ma mi convincessi che era meglio camminare,il panorama ci aspettava e tutta un’isola si apparecchiava per la nostra fame di bellezza. Oh sana scrittura, ora che mi porti così via in lontananza. Come faccio io ad aver coraggio nel tornare a casa? Non potevo, lo sapevo. Ti guardavo voltata di schiena e pensavo che noi siamo più che gli altri. Noi esistiamo ed era una cosa di così gran peso da avvertire dentro nel petto, quella parola, scandita, sussurrata, forse anche urlata, ma comunque detta. Esistenza. Poi cammini, ti sposti, ti immergi in un colore e ti senti strano nel guardare in faccia la tua vita e vedi tutti quei passaggi fondamentali dove capisci che forse non ti sei mai sentito vivo, tranne adesso. Tranne ora,tranne in quel preciso momento. Il colore delle case, una nicchia su quelle rocce laviche. Le piastrelle incastonate sui tavolini all’aperto, i balconi con le inferriate barocche in ferro battute. Non seguivamo i turisti, camminavano nelle strade piccole, non portavano da nessuna parte eppure ci trovavamo un mondo differente.

<La prima cosa che ti sorprende e`il silenzio, quel rumore del tempo lento> commentai in quelle strade.

<La vita scorre diversamente quaggiù> disse Rosy, in mano la macchina fotografica e altri scatti nella memoria.

<Torni mai sui tuoi passi e riguardi la tua vita?> ti domandai e tu voltandoti mi risposi:

<La nostalgia è per chi non trova di meglio che vivere> 

Rimanere chiusi nel passato, un po` come rimanere nello stesso giardino dove già i fiori sono fioriti. Oltre c’è il mondo. Ricordi il mare come ci smembrava l`anima, come il blu scuro ci risaltava quei pezzetti? colori nelle vene che si sostituivano al sangue. Sarebbe divertente, tagliarsi per far sgorgare arcobaleni. No, dai l’autolesionismo non fa`per questa vita. Ce`da vivere. C’è d’amare e vedere cosa ne viene fuori, magari qualcosa di buono. Altrimenti non si spiegherebbe il fatto che esistano i vulcani.

<Sai cosa dovremmo fare?>

<Forse baciarci per vedere cosa succede> mi risposi.

Ma avevamo anche fame, scovammo una piccola trattoria, più che altro era una piccola cucina con dei tavoli all`aperto, due sedie un tavolino sormontato dai nostri sguardi un buon vino ad attenderci e la follia di dormire nella casa affianco. Il pranzo fu’ talmente buono che dimenticammo tutto, del tempo che sebbene lentamente erodeva la nostra esistenza, cotinuava comunque ad andare avanti ed in fretta pagai per tornare alla nostra esplorazione. Scendemmo al mare, le rocce, il fondale si srotolava fra pesci e stelle marine, vedemmo anche una tartaruga che esusole nuotava nello sconfinato blu. Ebbi voglia di farmi un bagno. Non avevo il costume, ti guardai e non ebbi altro da aggiungere. Posasti tutto a terra sulla spiaggia fatta di ciottoli e ti lanciasti nel grande blu. Mi tuffai poco dopo anche io. Nuotare era divertente, solidale a quella voglia di dover vivere pienamente il tempo limitato che nella vita si ha. Ci trovammo a parlarne subito poco dopo.

<Buffo non poter vivere questi momenti sempre, essere legati alle stesse cose, come se siamo nati diversi ma per vergogna dobbiamo fare tutti le stesse cose>

<Vergogna?> mi chiedesti.

<Si vergogna per essere differente dalla società, dobbiamo fare vedere e ci preoccupiamo di questo solamente> risposi.

<Se siamo tutti uguali siamo più inclini a fare e comprare le stesse cose> aggiunsi.

<Vivere così dimenticandosi di cercare qualcosa nella vita di più profondo> 

<Vivere così senza quasi soffrire, tanto lo fanno tutti, perché dovrei sentirmi triste?> commentasti tu. Ed io.

<Se solo assaggiassimo le parole in maniera differente, saremo più disposti a fare della vita una ricerca>

<Non senti le parole pesarti dentro con tutto il loro impatto motivo?> ti chiesi.

<Non senti una certa esigenza quando senti la parola; esistenza?> aggiunsi.

<Quando parli così, mi ricordi di una parola fondamentale.> e nel dirmelo mi feci con il viso segno di avvicinarmi più a te.

Mi sussurasti all`orecchio: <All`amore>.

Ti guardai negli occhi, senza capire nulla.Era un casino però troppa gente che poteva guardarci, decisi dentro me che potevamo baciarci e basta. Cosi feci, ma quella decisione si basava su sicurezze troppo fragili, scivolammo nell’acqua salmastra…

Galleggiavamo subito dopo,la passione travolgente di quell’estate forse era riconducibile al fatto di voler vivere. Solo dopo quei mesi, quando tornai a casa che mi chiesi quanto fosse giusto esistere per amare e non viceversa oppure dovrei cercare altro nella vita. Ammettiamolo, l`amore può deluderti. Può farti male, e la distanza può farti sentire più solo di quanto ti senti. Ma quell`estate era oggetto frattale nella sua immensa bellezza. Il rumore delle onde, i ciottoli poco dopo, la sabbia lavica e piccoli granchi attorno. Ricordo le tue cosce, le tue mutandine, il sorriso subito dopo. 

<Noi bruciamo per vivere, e forse temo che diventeremo pazzi a furia di fare cosi all`amore> mi dissi fra i sospiri di chi si diverte in quella pazzia.

<Non ci vedo nulla di male in questo> ti risposi. Era vivere il tempo in maniera differente. La pazzia è ciò che più si avvicina alla vita vera che all`altra apparente. Cercai la tua anima con le labbra, trovai le tue ad attendermi al caldo di quella spiaggia. Rimanemmo sdraiati sulla spiaggia finché non ci asciugammo del tutto, poi prendemmo la strada che ci portava dall`altro lato dell’isola, altri panorami stupendi, altre parole avvertite dentro con la loro profondità. Perché qualcuno dovrebbe aprire lo scrigno di Pandora? Ci credi mai? Noi due a baciarci a picco sul mare coi versi dei gabbbiani a farci da concerto.La vita troppo breve da viverla con te, pare una merenda fra i pasti della giornata. Stringerti alla mia pelle mi fa sentire meno solo della realtà. Il sole si rifletteva nella lunga tela blu scura del mare. Una breccia si apre e le onde avanzano in questa storia cancellando le orme sulla sabbia lavica e sassi. Perché Wendy sei cresciuta così tanto dall`ultima volta?

Poem

La tua anima frattale
Intarsia la mia
Di pura bellezza.
Se solo fosse poesia
Questa notte
E che nel rivederti
Quel medesimo nome
Sancisce il bacio atteso
Nell’infinito perpetuo
Tuo modo di sorridere.

Dentro c’è tutto me stesso. So di non essere perfetto. Ma so di sognare. Costantemente. Di scappare da questa realtà. E sono bravo a costruirmi mondi dove poter vivere quella brevità d’infinito che cerco da sempre. Volevo farti, volevo far sapere quanto ti amo. Anche qui, in forma anonima. E se anche voi siete innamorati di qualcuno, condividete ogni poesia e in questo ogni giorno, istante, scandite i secondi con il vostro amore e vibrate di emozioni, di labbra sospese dentro quei portoni dove tutto si chiude ma milioni di porte si aprono.

A story 10 (A kiss)





Le onde rimangono tali, ferme nell’immobilità dell’eterno. Siamo pause. Siamo barche, traghetti presi all’ultimo verso isole lontane. Era interessante il modo che avevi di viaggiare, inebriavi me col tuo fascino ed eri costantemente solare su quei marciapiedi e strade. Ci imbarcammo di sfuggita, la pressione attorno alla nostra storia si stava facendo insistente. I miei nonni e i tuoi genitori avevano da tempo notato il nostro sparire assieme. Senza trovar modo di poter vivere liberamente le nostre nottate in bianco. Nessuna stanza rimane aperta tutta notte quando in essa c’è la possibilità di affondare in un letto comodo. Solo tende smosse dalla brezza della notte. Solo la poesia che rimane da spartiacque nelle nostre anime. Portavi al collo la tua macchina e sulle spalle uno zaino di tela con dentro tutte le lenti e accessori che ti servivano per quella giornata. Il piano era andare per le isole di quel arcipelago lontano. Il piano era di perdersi nelle stradine a strapiombo sul mare. I sassi e i gabbiani. I nostri istanti rubati all’esistenza. Il porto ci si parò davanti col suo trambusto di navi, pescherecci e uomini urlanti. Pesce fresco nell’aria, gabbiani allegri e cani randagi fra dialetti e mozziconi di sigarette a terra. Macera tutto in quelle banchine, i pesci, i polipi e le persone. La pelle riarsa dal sole, le pieghe del tempo, gli anni che si riflettono in quelle mani piene di calli e il saper vivere antico senza dismisura ma con effetto lirico. Eccoci. Alla biglietteria dei traghetti con altri turisti stranieri e non. Altri dialetti mischiati ad altri. Altre culture infuse ad altre. Ti presi per mano. Mi sorrisi con aria innocente. Quando offri io la nostra fuga d’amore. Feci l’offesa per un breve periodo il tempo di salire sul primo ponte e di prendere la tua macchina fotografica. Io, se potete concedermi questa licenza poetica, ti guardavo il dolce sedere che avevi. Quelle cosce di miele. Quelle cosce dove probabilmente la Sicilia si sente. Scrissi ode alle pesche, ma poi fui tentato di lanciare il mio messaggio nel mare sporco di quelle banchine. Le alghe galleggiavano, provenivano da lontano secondo alcuni pescatori e altri turisti li riuniti. Sul primo ponte oltre al parapetto, vi erano anche panchine in ferro che un tempo blu riflettevano forse alcune sfumature di quel mare profondo che ci attendeva, ma che ora erano arrugginite. Ne approfittai e mi sedetti al sole. Se dovessi riflettere la mia vita in quel momento a parole. Probabilmente direi che: mi trovavo in bilico fra giardini di arance e limoni di pura e semplice esistenza. Che esistere è semplice, basta nascere e via, ma aver piena consapevolezza di star vivendo. Beh quella è tutt’altra storia. Tirai fuori il mio taccuino e cercai di dipingere con la cera quel momento, su pagine bagnate dalla salsedine. Scivolavo in un mondo distante ma attiguo al tuo. Scivolavo ancora lungo la tua schiena, pensiero insistente il mio. Lo ammetto. Rifletti nei fotoni la tua anima. Dai alla luce altra vita, più eterna di quanto essa sia effimera. Ti scrissi su un pezzetto di carta, che lessi dalla mia spalla poco dopo, abbracciandomi nel mentre. Un bacio scivolo sulla mia guancia, in quella sensazione mai provata prima di star rendendo orgoglioso qualcuno. Altro respiro. Il traghetto parti andando in retromarcia per tutta la lunghezza della banchina. Una volta in mare aperto, girammo attorno per poi prendere il largo ad una velocità di crociera stabile. La chiglia perforava le onde, passandoci attraverso come coltello in un formaggio spalmabile. Senza minimo sforzo. Era come se il mare ci stesse dicendo, vieni, attraversami pure, naviga, vai oltre. Il cristallo chiaro dolce, rinforzato dai venti e dalle correnti sotto. Il mondo faceva da dipinto alle nostre giornate. E baciarsi lì era sacrosanto. Da dover fare fottutamente. Lasciai dunque il mio taccuino e dopo un’altra tua fotografia. Ti baciai d’improvviso. Con la chiglia della nave che solcava quel profondo Mediterraneo. Mai meta più piacevole. Infondo siamo puntini all’orizzonte come isole di arcipelaghi lontanissime. Il cielo azzurro solcato dai gabbiani e stormi di rondini in alto su di noi. Gente affollava il primo ponte. C’era chi scattava foto coi telefonini, altri che si mettevano in posa per poter ritrarsi in quella insulsa caricatura che fanno tutti, per poter dire di averla fatta anche loro. Tutti che fanno le stesse cose, e nonostante ciò aspirano ad essere i vincenti, quelli che svoltano la propria vita puntando unicamente sui gratta e vinci o sulle schedine. Poi magari qualcuno ci riesce, assolutamente, ma in quanti di quelli che ci provano qualcuno ce la fa?
Sfiorandoti i capelli ti chiesi se conoscevi questi posti.
“No, è la mia prima volta su queste isole. Da tempo avevo pianificato di andarci, ma non volevo andarci da sola”
“Diamo altra prospettiva hai tuoi progetti allora” e la mia mano ti cinse la vita.
Mentre dentro di me mi chiedevo se realmente avevo la forza necessaria di sostenere la tua vita per sempre, e aver coraggio soprattutto alle tue paure.
“Diamo altra vita ai nostri giorni” e guardandomi nel tuo sorriso mi baciasti un’altra volta.
Era irrazionale il tuo romanticismo. Veniva fuori dal nulla per poi tornare in quello stato, come assopito dentro di te. Non ci capivo molto. Non ho capito tanto della vita al di fuori dei libri e dagli sguardi delle persone attorno. Ci sedemmo sulle panchine, parlandoci ancora di chissà quali cose. Mentre il cielo sopra le nostre teste si srotolava rimanendo sempre lo stesso. Chissà quante stelle si affacciano su questo spicchio di mare. Dietro di noi ci lasciammo l’isola madre alle spalle. Davanti a noi mare inoltrato. Le isole più piccole ci vennero dal largo sempre più vicine. Da puntini in lontananza a affioramenti di rocce e terra. Attraccammo al porto. L’aria più fresca, il sorriso della gente e le barche al porticciolo ferme. Sembravano galleggiare nell’aria talmente l’acqua laggiù era cristallina. Etero mischiato allo stillicidio vitale. Emozione unica, di continuo fascino. Scendemmo dal traghetto, venendo immersi nei turisti con voci squillanti ed entusiaste. Quella barca che galleggiava venne ritratta infinite volte da tutti quei telefonini e macchine fotografiche. Perfino la tua Rosy. C’erano alcune case vicino alla riva di quella spiaggia fatta di sassi e ciottoli. Si affacciavano senza bisogno di dover annunziare la loro bellezza. Ma solo come compagne di quel mare, compagne anziane, coi fiori nei vasi appesi alle mura. Fiori viola per lo più. Altre foto e altri grida entusiaste. Sembra che l’uomo di città non si abitui mai alla bellezza. Sebbene esso si rifugi nella metro o nel traffico dell’ora di punta e popola quei uffici e fabbriche per undici mesi l’anno, solo per quell’istante. E, sebbene da anni viaggia e passa le stesse ferie negli stessi posti, esso non può non esimersi da dover esultare entusiasta alla vista di quelle case o barche che sembrano fluttuare nell’aria. Amen.