A Story 6 (a kiss)

Il tuo corpo
Da scoglio
Alle onde
Del mio.



Siamo effimere persone se ci pensi, passeggiamo in queste terre senza destinazioni precise. Particelle impazzite. Ci sfioriamo di legami per poi impazzire. E tu Rosy? Impazzivi quando ti toccavo nel folle amore che provavamo?

Finché nella bocca c’è odore di sangue a furia di mordersi le labbra piuttosto che baciarle. Tutte quelle volte in cui le albe si sono distese sopra quei mandorleti dietro casa. Ho pensato fossimo vivi e che quel paradisiaco mondo ci avvolgesse con le sue spire. Si, impazzivo. A star su tutta notte con te. La prima volta che abbiamo affrontato la notte fino all’alba, ricordo solamente tutte le parole che ci siamo detti. Sul grado di libertà che cercavamo. Sul senso del viaggio. Del fatto che l’orizzonte nasconde l’oceano allo sguardo del mare. Tutte quelle parole, non tempo sprecato. Ma tempo vissuto. Volevamo scappare da quel mondo fatto di orari e impieghi da svolgere con maniacale routine sedentaria. Svegliati, vai a lavoro, timbra entra, esci, torna a casa, mangia, dormi e rinizia daccapo per circa cinquanta o forse anche di più anni. Tutti con le stesse vite a prendere decisioni uguali, identiche, tutti con le stesse vite infelici, sbattono i piedi e si lamentano, ma tutti che fanno le stesse vite dicendosi che stavolta andrà meglio. Stavolta andrà bene. Quant’é folle tutto questo?!
Apri gli occhi invece e trovati in quel posto, con quella ragazza che ti fa capire quanto sia profonda la vita. Troppo forse per viverla lavorando. La verità è che nessuno ha il coraggio di dirti quanto il tuo tempo sia sacro e di non sprecarlo per sette ore e passa a lavorare per non renderti comunque felice. Stanno pagando con briciole la tua vita, ciò non ti dà fastidio?
Apri gli occhi Rosy che sei bellissima in quest’alba fatta di aromi e colori. Scattasti perfino una fotografia. Apri gli occhi stanchi che sei più bella quando sei così. E voglio baciarti ancora, come rugiada su petali di margherite nei prati. Voglio dire quanto ti amo e sussurarlo per la prima volta al tuo orecchio. Li al tuo fianco. Sentire sulla tua pelle l’emozione sottoforma di eco. Sei la mia economia. Quella che mi fa andare avanti nonostante i debiti che ho alla vita. Era bello sfiorarti i capelli mentre ti parlo di poesia, delle rime in tomografia. Di quella sostanza alla vita rubata. Era il tempo assieme quel mausoleo dove passavamo i nostri momenti. Quel giardino a vela nel mar mediterraneo. O ancora meglio quella terrazza dove fioriscono alberi di limoni e cedri.
“vorrei cambiare casa”
“portami dovunque vorrai”
“vorrei baciarti”
“baciami quanto vorrai”
Con te Rosy era così l’amore. Il vorrei trasformato a nostra beata condanna. E quando ci siamo addormentati nello stesso letto. Sentii indistintamente la marea cambiare in lontananza oltre il frinire delle cicale.

A story 5 (A kiss)

Camera tua era piccola a guardarla dalla porta. Il letto appena dietro un armadio, dove lo stipite della porta si appoggiava. La scrivania correva perpendicolare al muro affianco al letto. Gli scaffali erano sia sopra al letto che sopra la scrivania. Altro non c’era se non adesivi sulle ante dell’armadio e fotografie. Mi dissi dopo che erano tue, la tua macchina era nell’armadio. Me la feci vedere tre giorni dopo. La mia in confronto non era un granché. Io vivevo altrove. Lì ero solo in vacanza, e come mio approccio hai viaggi. Portavo solo l’essenziale. Libri e taccuini soprattutto. Ma questo era un gran passo per me. Rivelare ciò che dentro nascondo. Non che non mi fidi delle persone. Anzi, io stesso do tutto agli altri. Senza chieder mai nulla in cambio. Non perché io mi senta santo. Assolutamente no. Ma solo perché credo nella genuinità della gentilezza. Forse di natura sono anche mansueto. Ma principalmente la mia è solamente timidezza alla vita.
Oltre al baciarci, ogni tanto parlavamo anche. E so bene quanto per te Rosy era frustante. Ma la mia scarsa esperienza poneva in me dei limiti, quali la sicurezza e l’esperienza soprattutto. E siccome non volevo rovinare tutto, faticavo a dirtelo. Mi ci vollero altri due giorni per dirtelo. Stavolta ci incontrammo al mare. Alla grotta solita.
“Non capisco cosa ti prende a volte”
“Siamo qui, in questo posto entrambi vibriamo di desiderio. Ma non vuoi lasciarti andare. Perché?” mi chiesi alzandoti e camminando per la grotta. Io mi feci su, sedendomi sulla sabbia.
“Non ho mai avuto una ragazza” mormorai.
Che la mia storia infantile è complicata.
Ci guardammo, e tu, ebbi un moto di dolcezza nei miei confronti in quello sguardo. Sorrisi in modo gentile. E ti avvicinasti a me, sedendoti al mio fianco. Mi sfiorasti volutamente un braccio nel farlo.
“So bene che tu ti senta ferito da questo..”
“Non mi sento ferito, tutt’altro. Mi dispiace per te” ti bloccai.
“Ti dispiace per me?” mi chiesi sorpresa. Come fosse per te la prima volta.
“Si, certo. So che è frustante per te. Lo avverto dallo sguardo. So quanto ciò sia ridicolo. Arrivare a tanto cosi e non andare oltre” ti spiegai, prendendoti per mano.
“È che vivo l’amore in maniera romantica, mi baci e provo questa moltitudine di emozioni, come se fossimo viaggiatori di luce su pellicole e mi imprimi dentro un’armonia che solo poche volte ho provato” aggiunsi, lasciandomi andare.
Fu’ cosi che parlammo di noi, per tutto quel pomeriggio. Di noi delle nostre vite al di fuori di quella grotta e di camera tua. Fu’ il giorno in cui ci conoscemmo più di quanto le nostre labbra già conoscevano. Li venne la fotografia, la tua passione. Mi dissi che presto mi avresti fatto vedere tutte le tue fotografie. E io ti chiesi se ti potevo accompagnare quando andavi in giro a scattare foto. Lì dissi, in quella grotta che la mia più grande passione era la scrittura. E che scrivevo quando più avevo tempo. A volte stavo sveglio tutta la notte, altre volte scrivevo solo dieci minuti. Non ero costante. Non lo sono mai stato nella scrittura in generale. Posso scrivere capitoli interi in una giornata, come posso non scriverne affatto per settimane.
“Urca, in queste cose però ci vuole costanza” osservasti.
“Lo so, ma è che la mia mente vaga altrove. Ho bisogno di staccare ogni tanto e concentrarmi su cosa sto vivendo” risposi.
“Giusta osservazione, ma come farai quando dovrai scrivere libri interi e avrai delle scadenze da mantenere?” mi domandasti tu ironica.
“Semplice, non pubblicherò nessun libro” risposi.
“Uh e come farai a coltivare quel tuo fascino misterioso senza poter sfoggiare libri su libri scritti da te?” domandasti divertita.
“Il mio fascino nasce da tutt’altra parte, la verità è che sono un bel manzo. E questo non puoi negarlo”
E poi:
“E invecchierò bene per giunta”.
Ma tu eri convinta che questa mia passione, andava sfruttata. Che era un peccato non viverla affondo. Ma Rosy è innegabile. Ora stavo vivendo affondo tutt’altra cosa che andava oltre la scrittura. C’era in ballo quest’amore. Non dovremmo forse viverlo ogni istante? Lasciando il resto al dopo che verrà?
Risposta sì. Libertà siamo nati per conoscerti. E sospingici oltre questo mare sconfinato. Tutto il colore del Mediterraneo si riflette sulle tue finestre e trovandoci sul tuo letto, fra non molto, ci troverà nudi e assuefatti. Il mondo è vasto, se ci pensi, si distende in un infinito oltremare. Chissà se l’orizzonte ci accoglierà con tutto il suo ardore.
“Prova a scrivere, domani e anche dopo. Vedi cosa succede, fai che ciò ti spinga in un luogo oltre” mi dicevi.
Ed io spinto da ciò scrivevo, lontano da te. Con musica in sottofondo e il vento che mi cullava le tempie, più delle tue carezze. Dove erano quei campi di cotone, quelle tende e l’odore della rugiada la mattina nella foschia del mare che si mostra in inverno solitario. Dov’era la strada da intraprendere. Le lunghe vie rettilinee nelle pianure, nelle alture, nelle campagne. Ma Rosy i miei pensieri tornavano su di te. Sui tuoi occhi, la bellezza del sorriso estasiato dopo aver dato hai baci la sostanza delle nostre anime. Scatta una fotografia tu. Riempi di colore questa luce, su pellicola i ricordi traslucidi. Chissà quante infanzie passate su quelle fotografie rafferme. L’eco di una vita vissuta che torna da quelle scatole cadute in anzianità. Quanto era bella e oscura la Sicilia. Ne parlo per la prima volta e mi pare d’aver sussulti sotto pelle al ricordo. Al sol pensiero di questa terra sorta da un vulcano che non smette mai di eruttare, di minacciare con la sua potenza calda. Magma per le strade di Catania. Li dove gli Arancini si vendevano per strada, e il profumo di fritto, di pesce e pasta e sugo al pomodoro rosso sangue, vivo. Li dove i motorini sfrecciano, lì dove la gente rimane agli angoli delle strade a scambiarsi saluti nella caotica cattedrale di queste strade. Messa di luce. Mensa di puro motivo sfamante alla poesia tutt’attorno. Ma tu sola Rosy riflettevi quelle luci per dar nuova intensità. Cosi dalle luci soffuse di camera tua in contrasto con la luce della tua Sicilia. In quei giorni, prendendoti per mano avvertivo da qualche parte in me, quanto il mare ci voglia spingere lontano, lontano questa terra che pare L’isola che non c’è. Tempo dopo col cuore sciolto nell’abbraccio che usavamo a mo’ di saluto ti dissi:
“Invecchieremo bene Rosy, promettimelo” e tu scansandoti dal mio viso risposi:
“Prometto” e non c’era nient’altro da dire se non vivere questi spaccati di vita, prima che l’estate finisca in una briciola di arancino abbandonata sui marciapiedi.
Gli scogli, il mondo fatto di lettere che ricopre il tramonto. Leggevamo libri in quel momento della giornata, lontani dai nostri impegni e nostre commissioni. Lontano dai nostri. Lontano da tutti. Sullo scoglio come bambini a caccia di aquiloni nelle storie di quei racconti. Cosa ci raccontavamo poi? Le nostre più semplici impressioni pure sul momento. Nostro unico modo di vivere. Il momento. Eterno. Bacio. Carezza intima all’anima che si ripercuote e prosegue nella sua ammaliante armonia. L’amore. L’amore punto. Poi più nessun’altra parola. Come conclusione sublime ad ogni pagina. Quel bacio di salsedine mi riporta sempre in quello stadio emotivo in cui capisco poco e desidero tutto di te. Sei incenso nella mia fede, sei gelsomino per le mie finestre. Sei olio emolliente per massaggi di piacere. Sei il caldo della terra che mi scalda le ossa. Sei l’amor mai vissuto, ma sentito in altre vite oltre a questa. Sei Rosy sul faro dei miei pensieri. Dammi una rotta da seguire, fammi da bussola per le mie traversate. Fammi vedere nel giardino dove i bambini non invecchiano quanto sia semplice farsi nuovi amici. Giochiamo nell’acqua fra i cavalloni. Nuotiamo al largo dove le boe si fermano gracili alla forza delle maree. E nell’acqua i baci, lo sfiorarsi le cosce e altro.
Quella notte le pleiadi erano talmente vicine che ti scrissi in un foglietto lasciato oltre la cinta.

– Temo che tu possa sparirci in esse,
Nella tua vestale bellezza. –
Lessi con occhi lucidi le parole indugiando oltre la cinta all’indirizzo dei miei occhi. Emozionasti anche me in quel momento. Ho sempre scritto frasi belle da innamorato perdutamente. Senza amore non so fare niente. Mi trascino per città grigie di punto in punto, di fermata della metropolitana e un’altra, di binario, in binario senza sosta. Senza una metà precisa. Avevo solo una voglia intensa di partire, di andarmene come tutti. Come altrettanti che poi rimangono fermi alle stesse cose di sempre, lamentandosi delle stesse cose senza fare niente per cambiarle. Mi trovavo in un bar quando decisi di affrontare questa stesura. Questo racconto che avevo sempre in mente, senza trovar modo di scriverlo. Ma alla vestale bellezza delle stelle e tu di schiena vestita di notte, le parole vennero fuori. Ecco qui le storie di quelle serate. Signori e Signori. Vi presento le Cronache di Estati rimandate. Mai vissute. Forse solo desideri inespressi alla notte di Natale.

A story 4 (A Kiss).

Il respiro del vento
Crea tormento
Nella notte liquida
Dove affondo.
Il titano dorme
Sul fondo
Di questo palcoscenico.

Sparirò nella luce
Del giorno.
Senza futuro,
In un unico scopo.

Le onde non cessano mai di sbattersi sugli scogli, c’è tormento in questo. Una tregua che mai avviene. E noi in prosa di quei baci passavamo le giornate cosi, in preda a quella morsa senza tregua di labbra su labbra, braccia su braccia e sabbia su sabbia. Siamo polvere Rosy, lo siamo sempre stati. Solo che qualcuno ci ha soffiato dentro l’anima da dar forza alle emozioni. Cosa vivevamo in quei giorni? Spesso capitava di chiedermelo. Nel presente avrei risposto che stavamo vivendo, intensamente ogni attimo. Nel futuro solo che ci amavamo ma non avevamo scampo. Il respiro si assottiglia quando ti sto affianco. Mi provochi un desiderio di sfiorati al limite della normalità. Sono emozioni forti, quelle che lasciano lividi sulla pelle di quelle prime cotte intense vissute con attimi di eterno infiniti. Ricordami ancora che siamo solo foglie di alberi in autunno. Ricordami che l’inverno porta la foschia e la mente si nasconde in abitudini consolidate di giorni su giorni che altro non sono che croci su calendari. Alla fine delle nostre vite non sapremmo neanche tirare le somme, talmente ci siamo dimenticati cosa significa sentirsi vivi in quell’età soprattutto. C’è una fiamma che non vuole mai spegnersi. In me. In te. In ogni cosa. Come fossimo destinati all’eterno, ma che per uno strano scherzo della natura bisogna andarsene anche da questo mondo. Ed è buffo il fatto che alla lunga, viviamo vite longeve ma vuote. Quale palcoscenico raffigurerà le nostre ossa? Siamo balene cacciate da capitani con una gamba sola. Siamo storie lunghe pagine finite in punti di stillicidio e aromi lontani. Dopo quei baci, il mattino divenne tardivo e i tuoi ti avrebbero cercato e i miei nonni pure. A malincuore ci lasciammo alle nostre routine, senza cessar di pensare all’altro. La giornata si perse fra le commissioni mie e le tue. Ci incrociavamo ogni tanto da oltre i muri di cinta, con la coda dell’occhio ci ripromettevamo fusa al chiaro di luna dopo mezzanotte. Ma cosi, non fu’. Tutto si spense in una notte assurdamente vuota e immobile. Dopo cena andammo a dormire. O almeno tu. Io rimasi a fissare il cielo, mi sentivo romantico in quei momenti. L’indomani decisi che ti avrei chiesto se avessi visto mai il firmamento al tuo cospetto. Se quel braccio della via Lattea lo si vedeva anche da casa tua. E se quello straordinario spettacolo di miliardi e miliardi di stelle raggruppate ti facesse emozionare come al sottoscritto. Rosy vorrei prenderti per mano, in questo istante, lasciarmi scivolare fra le tue labbra come maree dolci al calar del sole. Rosy quelle grotte erano monoliti per il nostro amore. L’indomani, venne col suo da fare ancora sbrigativo. Brioche e quant’altro, colazione veloce e via al mare. Speravo fosse tacito accordo ritrovarsi laggiù. Ma dopo averti atteso per mezz’ora circa, mi fu chiaro che quel giorno non mi avresti seguito. Cosi non doveva andare. Nuotai con un certo sentore di nostalgia. Stavolta non presi nulla dei frutti che il mare ci donava. Stavolta nuotai e basta. Galleggiavo a pancia in su chiedendomi del senso generale della vita. Rosy dov’eri finita?..
Quando tornai a casa, ti cercai con lo sguardo oltre la cinta. Ma lì non c’eri e casa tua sembrava vuota, le finestre chiuse e le tapparelle abbassate. Temevo che fossi ritornata al paese. Che di sfuggita fossi scappata senza mai più far ritorno. Parlai con i miei nonni e il mattino divenne mezzogiorno, mangiai il solito piatto di pasta abbondante e come di consuetudine mi sdraiai sull’amaca con lo stesso libro. Stavo per girare l’ultima pagina di quel capitolo. Quando con un leggero bisbiglio una voce mi chiamo da oltre la cinta. Eri tu. Dal sorriso e dal modo in cui cercavi di parlarmi senza farti beccare, capì che anche io dovevo agire così. E mi avvicinai con fare circospetto al muro.
“Perdonami per stamattina, mio padre si è svegliato tardi stamattina”
“Tranquilla, ho solo nuotato” risposi.
“Mi sarebbe piaciuto nuotare con te” mi dissi in quel modo, come se stessi cercando di tenermi buono, o quanto meno desiderato.
“Quando vuoi, possiamo recuperare” ti invitai.
“Dopo, i miei vanno in città.” Risposi con fare sbrigativo e d’un balzo tornasti dentro casa. Sparendo in quel mistero che tanto mi attanagliava di rinnovato desiderio. Non è forse l’attesa la più dolce condanna per chi ama?
Altro non c’era fare che attendere i tuoi. Lessi il libro senza vederti girare per l’esterno della casa. Chissà cosa stavi combinando là dentro. Chissà se avrò ancora il profumo delle tue labbra sulle mie. Con tali pensieri affrontai quei momenti. Chi di amore vive, torna a farsi piccolo non appena vi è solitudine. Buffo che chi ama tanto alla fine è sempre solo. Nella sua emozionale poesia interna. Pulsa, vive, sogna. Creatura viva ma purpurea. La macchina lasciò il vialetto. Corsi verso la cinta e con una mano mi chiesi di scavalcare. Con te è sempre stato tutto un’avventura. Un mistico incontro di fauci di corpi e pelle madide di vibrante desiderio. E ancora quanti baci ci legano in questi solstizi? Quante scale al cielo si aprono al tuo chiuder le porte di camera tua? La mano che scende sulle cosce, il corpo che parla, sussulta. Stringimi. Stringimi ancora. Stringimi e allodola. E vola con quella ali piegate al corpo, come braccia avvolte in piume d’abbracci. Siamo solo carne o forse anime colme d’infinite cose?
Scavalcai la cinta con un balzo, e tenendomi per mano mi portasti dentro casa. Dalla porta d’ingresso alla sala, da lì la cucina occupava parzialmente il lato destro della stanza. Al centro un tavolo quadrato, un divano lì a lato e una piccola televisione sopra un mobile vicino alla finestra affianco alla porta. Tutto qui l’anticamera del giardino proibito. Poi dalla sala si aprivano tre porte, camera dei tuoi, la tua e il bagno con vasca e quant’altro. Camera tua ricordo fosse soffusa di luce e piena di scaffali, libri, dischi, una scrivania con quaderni aperti alla rinfusa e il tuo letto. Li ci sdraiammo nella comodità di quella nuvola.
“Mi sei mancata” sussurrai quando da uno sguardo tuo sentì emozione scorrermi dentro.
Finimmo in quel letto nel nanosecondo che segue al battito d’ali di un colibrì. Sprofondammo di baci su labbra rosse, mi sfilai senza guardare ne usando le mani le scarpe. Ti baciavo con forza, tu di più. Era sempre cosi con te, avevi quel desiderio di vivere simile al mio. Ed era strano per me far cosi, assurdo, inspiegabile. Guidavi tu in parte il resto era l’istinto, i libri, i film, le storie mentali che uno si fa quando sogna o vive in un mondo da sotto la doccia. Ricordo te sotto di me, che con le mani e braccia mi stringevi sempre più a te. Ricordo i tuoi occhi dopo quelle pause che mi prendevano, come se volessi ricordarmi tutto ogni singolo dettaglio. Dai capelli che scendevano dal cuscino fino alla coperta, alle tue piccole lentiggini, agli occhi ora grigi nella luce soffusa. La tenda rossa sulla finestra chiusa, il sudore che ti scendeva dal collo, i lobi, le guance, le fossette attorno i lati della bocca. Assuefatto completamente. Fossimo state statue in quel momento, somigliavamo ad Amore e Psiche. Eterni, di una bellezza cosi tale da risultare eterni. Se fossimo solo poesia, se i nostri corpi fossero rime su pentagrammi e che la musica spiovesse sui nostri corpi da oltre la tenda in raggi provenienti da chissà quale lontano pianeta. Con te avvertivo quanto fosse schiacciante la gravità. E cadevo in buchi neri davanti al tuo viso. Le altre dimensioni ci attendono. Ed entrarci veniva facile se mi prendevi per mano, guidandomi tu. Le tue mani andarono sul collo della maglietta mia, mi guardavi col viso storto cercando forse di decifrare i miei pensieri.
“Che c’è?” ti chiesi.
“Mi bruci di desiderio, quando mi guardi in quel modo” mi risposi.
“Io che?” ti domandai, il sussurro che ne venne fu’ traducibile con un:
“Mi bruci di desiderio, quando mi guardi perso in ciò che credi sia bello per te”
Ed io lo tradussi:
“Ti guardo perso perché brucio anche io di desiderio, e nella tua bellezza c’è l’infinito”
Quelle parole galeotte se così vogliamo definirle, diedero inizio alla composizione che seguiterò a raccontarvi. Pentagrammi su pentagrammi. Vinili su vinili, solchi su solchi. Non opposi resistenza. Al tuo invitarmi su di te, anzi scivolai su di te e con le labbra cercai le tue. Le lingue si sfiorano in quelle crisalidi. Dentro le armonie nascoste. Farfalle nello stomaco pronte a volare in teste chine e aforismi delicati. Sfiorarti in quel modo mi faceva sentire vivo. Sorridevamo nell’anima quando ci baciavamo.

A story 3 (A Kiss) .

Petali di dolci fiori i capelli con cui nascondevi quei occhi hai miei. Cercavo di catturare i tuoi pensieri, ma forse dietro essi c’erano di più che essi solamente. Dove la tua anima si nascondeva, dove quell’idea di vita si annidava. La vita per me è avere un sogno, la vita è piangere, la vita è arrivare a tanto cosi dal raggiungere i tuoi obbiettivi e sbagliare, la vita è svegliarsi il mattino successivo e riprovarci comunque, la vita è avere drammi, traumi, la vita è amare, corrispondersi l’un l’altro, la vita per me è avere un sogno e portarlo avanti finché respiri e ti tiene esso in vita. La vita mi scorre oltre le mani, come sabbia affiorante di quei castelli, baluardi dei nostri giorni d’infanzia strappati da quell’albero per tornare alla città colma di smog e quant’altro. E tu, in tutto questo. Bella, alta, fiera, sorrisi dolcemente alla mia avance telefonata. Ero ridicolo. Lo ammetto. A pensarci dopo, potevo usare differenti parole. Esprimerti per me cosa fosse la vita. Al di là delle tue cosce. Dio se le amavo. Inclinasti la testa di lato comunque. Ed io imbranato risposi:

“Ammetto di essere stato troppo affrettato”

“Mi piace l’intraprendenza” mi risposi.

“La mia non è intraprendenza. È tutt’altro” giustificai.

“Cos’è allora?”

“Sento dentro di me questa forza. Mi smuove come il mare si smuove dalle onde. Forse è istintiva. Come le rondini che migrano per istinto a cercare l’amore. Io sono schiavo di emozioni forti”

E poi

“Ammetto che questa me la sono giocata bene” suscitai in te grosse risate, appena i nostri sguardi si incontrarono.

“Hai fatto tutto tu, io non ho detto nulla” mi risposi.

“E tu, provi emozioni forti?” ti chiesi subito dopo.

“Potremmo provarle” l’invito mi colse d’improvviso.

E i tuoi occhi mi comunicavano tutto quello che le tue parole non potevano dirmi in quel momento. Prendemmo la strada per le nostre bici senza aggiungere altro, ma solo guardandoci. Ricordo che le mie gambe tremavano, ti seguivo, tu pedalavi davanti a me. Io ero fermo al tuo sguardo. Al tuo viso e quei capelli asciugati al sole caldo. È tutto troppo in alto, al di là della nostra comprensione. Che senso ha l’istruzione se il cielo di notte è considerato un lenzuolo scuro con dei buchi dove il sole filtra attraverso noncurante di gravità e forze di rotazione? Se ci prepariamo tutti per gli stessi test e prendiamo tutti li stessi voti, che senso ha avere delle opinioni o pensieri? Al di là di queste stronzate. L’asfalto brulicava ed io fremevo. Solo che non andammo da nessuna parte, se non in un’altra spiaggia adiacente. Dove rocce calcaree si sostituivano alla sabbia e fra di esse il vento e le onde nei millenni avevano scavato degli affranti. Mi dissi di lasciare la bici lì dove i cespugli radi nascondevano insetti e formiche. Ed io feci, le vongole vennero con noi, trovai un posto vicino a riva per loro almeno da tenerle al fresco. Ci trovammo una cavità comoda e fresca. Li ci sedemmo e tu mi guardasti come se aspettassi qualcosa da me. E qui dovrei dirvi una cosa. Io, non ho mai avuto una ragazza. Né tanto meno sapevo come si bacia una ragazza. Ero solo mosso dall’emozioni forti, disintegranti in me, rimanevo polvere senza saper nient’altro. E al tuo fianco mi sentivo come sull’orlo di disintegrarmi totalmente se solo le nostre labbra non si fossero soggiunte. E cosi di slancio, posai la mia mano sulla tua guancia destra, ricordo che la tua pelle bruciava e la mia nella tua a quel contatto. Ricordo d’aver chiuso gli occhi e delle nostre labbra tremanti unite in un bacio dal sapore d’infinito. Quello fu’ un bacio passionale, da dove cercar sangue, ma senza farsi del male. Solo vibrare nella rapsodia di quel veemente bacio. Quanta forza passionale imprimevi sulla mia pelle, e nel mio petto tutto facevi smuovere. La gabbia toracica riverbero di quel cuore a pieno regime. Come treno a vapore su rotaie arrugginite. Come nave pronta a salpare. Ci trovammo distesi nelle braccia dell’altro e il mondo continuava a girare sul proprio asse mentre quel bacio, unico, ruggente bacio faceva da colonna sonora alla nostra estate.

A story pt. 2

Eccomi, sono un po’ in anticipo. Oggi ho trovato tempo per scrivere un’altra pagina di questo racconto. Sono contento e nello scriverlo sto vivendo meglio me stesso. Sento dentro d’aver fatto la scelta giusta nel condividerlo. Ci tengo a dirvi che non ho revisionato il mio scritto. Non è da me correggere ciò che scrivo. Io scrivo solamente, in un flusso continuo di parole che si susseguono. Non ho ordine dentro, solo le parole mi danno un ritmo per mettermi in questa mente che ho il rigoroso ordine.

2.

L’estate sulla pelle, le stelle bruciate nell’acqua chiara e calda di quei tramonti rubati da quadri di chissà quali pittori famosi. Ti conobbi il giorno seguente, quando nei miei pomeriggi ero solito leggere tutti quei libri che mi portavo con me durante l’estate. Dei compiti manco a parlarne. Libri miei che nessuno mi assegnava, quell’estate stavo finendo di leggere tutta l’opera di Hemingway. Il vento ti calzava sulla schiena, io affascinato, inizialmente da quei occhi che dal verde passavano al grigio quando il sole iniziava a far cupola sulle arcate angeliche del cielo. Divenni per me, fonte della più prolifica ispirazione. Ero scrittore e poeta senza saperlo. Ma al tuo arrivo in vita mia, io avverti, quel cambiamento. Avviene per caso, sedici, diciassette anni e cambi. Ti stacchi da quel sentore e avanzi, nei tuoi giorni a divenire. Divieni altro semplicemente. Ecco, cosa provai quando ci conoscemmo la prima volta. Mi senti diverso, in un modo così profondo ed intenso da chiamar in causa l’anima. Quel mio pulsare nei libri divenne realtà nella mia vita. Mi presento mio Nonno. Mi disse di avvicinarmi al muretto di cinta. E ti vidi.

Non so come spiegar meglio questo passaggio così importante. Hai presente quando fioriscono i campi di girasole. Hai presente l’odore dei gelsi quando maturano i loro frutti. E poi i ciliegi quando sbocciano? Ecco quel tipo di sensazione. Come quando ti ritrovi nel mezzo di Trastevere e capisci di essere te stesso. Che la tua vita inizia a possedere un peso. Antimateria. Anti fragile. Atmosfera. Alchimia. E questo immagino scatto in noi. Al mio nome, tu risposi:

“Rosy” occhietti dolci. Ti chiamai cosi nella mia mente. E da lì in avanti. Ci conoscemmo sempre di più. Ricordo che i primi giorni, ci intravedevamo fra le fitte chiome degli alberi nel giardino di casa. Tu dietro qualche Arancio. Io dietro a qualche gelso. Ti sentivo. Tu mi sentivi. E sentivo dentro me tremante la mia anima. Se solo potessi parlarti delle atmosfere che mi creavi nella testa. Se solo questa coperta di firmamento, potesse distendersi sui nostri corpi nel silenzio assoluto di un abbraccio. Non sono quel tipo di ragazzo. Sono più riflessivo. Più introverso. Più lettore accanito ed amante del mare.

Sentivo i tuoi passi, nel giardino, dentro casa tua. E imparai a capire i tuoi orari. Anzi, entrambi imparammo gli orari dell’altro. Di quando ci mettevamo in tacito accordo sulle rispettive verande fuori, sulle amache per la precisione a leggere libri. Ogni tanto ci tenevamo d’occhio, ma proprio quando uno dei due non guardava l’altro. Ogni tanto, solo ogni tanto i nostri sguardi s’incontravano e allora lì scattava un sorriso fugace per poi tornare a leggere libri, che stranamente erano da tre giorni sulla stessa medesima pagina. Quanti appuntamenti ci siamo fatti a quel modo?

All’alba mi alzavo. Andavo al mare. Nuotavo, ti pensavo e poi catturavo quante più vongole o cozze, in tal caso mi spingevo verso gli scogli vicino al porto, per tornarmene a casa. Quando si fa giorno e vedi quel sole caldo spostarsi dalla lunga linea d’orizzonte infinto che ti circonda, capisci la forza di uno scatto, della luce che si ferma e tu, nella mente Polaroid scatti istantanee che durano per sempre. Ho trovato delle orme sulla sabbia, conchiglie, echi delle infanzie di altri, dei sedici anni altrui vissuti estremamente. Sento nel mare tutto questo e galleggio in quel elemento. Tornavo a casa col sorriso. Di pomeriggio un altro libro e poi ancora mare, sole, terra bruciata, arsa dal calore. Sassi, crepe, sentieri sterrati nelle aperte campagne dove l’erba diventa gialla, secca, fragile al richiamo del vento che quasi la spezza. Le chiome dei alberi di cedro, il frinire di insetti e formiche sempre pronte a camminare in fila. Camminavo in quella terra, andando in paese ogni tanto. Mi affascinavano le facciate gotiche delle chiese, i passanti riuniti in piazze. Seduti sulle panchine di marmo a leggere giornali, fumare qualche sigaretta e andarsene a casa. Poi tornavo alla campagna, al silenzio al di fuori del traffico. La verità, per quel che mi riguarda è che abbiamo troppa bellezza da poter essere contemplata tutta all’unisono. In Italia, abbiamo tanta di quella bellezza da stupirsi del fatto che sia poco valorizzata. E questo mi fa rabbia.

Il giorno venne, un altro ancora. Alba, mare, balene. Il giorno venne e profuso nel suo etereo momento, quel primo dolce ricordo. Ora, raggiunsi la battigia e lì non mi accorsi, fra le mie orme le tue e pezzi di conchiglie rotte da tempeste marine. Nuotavo a largo, ampie bracciate, prendevo quanta acqua possibile con i palmi delle mani e spingevo, spingevo, allenandomi un poco. Vidi una sagoma davanti a me, d’improvviso, scartai sul lato questa sagoma, e nel prendere ossigeno volsi lo sguardo verso tale sagoma. Mi accorsi che eri tu. Feci altre due bracciate e tornai indietro. Ti osservai, dicendoti forse più di quello che le mie labbra poi ti dissero.

“Ciao”

“Ciao”

“Non sapevo nuotassi” mi dissi

“Più o meno ogni mattina” risposi e tu:

“Me ne sono accorta” sorrisi.

“Sta cambiando la marea, questo è il momento perfetto per guardarla dalla spiaggia; vieni?” mi chiesi.

“Si” e dentro di me, gridavo con tutta la mia voce che ti avrei volentieri seguito dovunque.

Uscimmo dall’acqua. Tu nuotavi aggraziata, nell’acqua docile come chi sente la leggerezza nell’anima ed espande i polmoni al sapore di quel mare che ci accoglie, alveolo dolce ma salato. Ti guardai uscire dall’acqua, tu, nel costume blu scuro. Tu, culetto a mandolino. Tu ormone impazzito. Ti seguì fuori. E sulla battigia ci mettemmo seduti. La sabbia si inumidiva a contatto coi costumi. Mi tenni le ginocchia al petto guardando il mare, anche se poco riuscivo a farlo. Guardavo te. Non posso negarlo. E tu accorgendotene mi dissi.

“Questa non è la prima volta che ti osservo da qui, mentre nuoti”

Mi sfuggi dalle labbra:

“Questa invece è la terza volta che mi perdo nella bellezza dei tuoi occhi” mi uscì come sospiro, carico di quella dolcezza mai sentita. Come fosse restia ad abbandonare il mio corpo in precedenza, ma che ora vuole uscire. Ne ha un fottuto bisogno. L’amore ci coglie impreparati a volte. Sta nel cono di luce che parte dall’uscio e arriva al salotto. Sta nell’esatto attimo in cui le nostre anime si sfiorarono in un’alchimia di sguardi.

A story.

L’estate brucia la pelle, le stelle.

Oggi voglio scrivere una storia, fare questo esperimento. Scrivere e pubblicare questa storia ogni fine settimana su questo blog. E lasciare a voi le sensazioni suscitate. Oggi volevo solo scrivere, darmi da fare, impiegare il mio tempo per ciò che amo più fare. Oggi volevo solo lasciarmi criticare forse. Quindi, ecco la prima parte della storia. Buona lettura.

1.

Nel tuo corpo onde battono sempre. La mattina scende sulle distese aride e la sabbia fresca affonda in quei piedi all’alba sulla spiaggia. La salsedine che avanza, l’ora perfetta, mezz’ora prima che la marea cambia. Entro in acqua, maschera sulla fronte e boccaglio affianco. C’è una strana alchimia quando entri in acqua e senti quel peso corporeo venir sospeso in quella materia che ti abbraccia. C’è poesia. Il mare è poesia.
Quell’estate, fu la prima in cui scopri molte cose sulla vita. Avevo diciassette anni. Il mondo mi si apriva d’avanti con la sua incoscienza e assordante bellezza. Era da un anno che andavo al mare dai nonni materni. Era da un anno che vivevo per tre mesi di mare e dei suoi frutti, di terra arida, di caldo abbacinante, di turisti, zanzare, cicale nella notte e cani randagi hai lati delle strade. Non conoscevo nulla di quel posto, sapevo solo da dove proveniva la musica del mare. Sapevo orientarmi col suo profumo. Esso mi richiamava ogni estate, ed io assuefatto li andavo incontro, un po’ stupefatto, un po’ preso dall’emozione di quei ormoni martellanti nel corpo e nella mente. Prendevo la bicicletta arrugginita del nonno e mi fermavo sulla spiaggia. Lunga distesa infinita di sabbia fine e mare calmo, cristallino, da vederci il fondale e i granchi camminarci sopra. Al primo anno non mi accorsi di come fili vennero tirati e la macchina si mise in moto. Non sapevo che alle mie spalle vi si stesse nascondendo il destino. Ma stava per accadere qualcosa.
Il latte di capra appena munto, ancora caldo, nel bicchiere. Lo bevevo ogni mattina per fare colazione. Era luglio. Il caldo tiepido del primo mattino, scaldava a mala pena le vertebre di quei gatti addormentati sulla veranda dietro casa. Qualcuno sbadiglio ignorandomi al mio passaggio, altri nemmeno si mossero. Non erano nostri, erano anch’essi randagi, vivevano allo stato brado in natura, la cosa mi affascinava. Rimanevano nella veranda solo per la benevolenza dei miei nonni, infondo non ci davano fastidio, anzi, cacciavano insetti e topi. E a quanto sembra il non darsi fastidio era reciproco. La campagna e l’anello di congiunzione che all’uomo moderno manca, fra il suo passato e il suo futuro. La campagna pullula di quella bellezza fragile e divina quasi. Bevvi dal bicchiere tutto quel latte appena munto da un amico di mio nonno, che aveva due caprette una nera col muso a chiazze bianco e un’altra totalmente bianca. Ogni mattina mio nonno si alzava presto e andava nei campi dietro casa a badare all’orto e fare tutti quei lavori che amava svolgere. Io ero l’addetto alla colazione e alla pesca. Per quell’anno mi ero attrezzato con maschera e boccaglio, se tutto andava bene il prossimo potevo anche portarmi pinne e magari una canna da pesca. Presi la bici arrugginita e andai al bar infondo alla via, cornetti, cannoli con ricotta e cacao in prima linea sulle frontiere di quei giorni. Presi i soliti cannoli freschi e li portai a casa, dove mia nonna svegliandosi aveva già preparato il primo caffè della giornata. Quando mio nonno torno dalla prima mezz’ora nei campi. Come al solito facevamo colazione in veranda, col chiacchiericcio degli uccelli immerso nel nostro. Nonna metteva la musica alla radio, canzoni passate, Mina, Battisti, Cocciante. Nonno fumava la sua prima sigaretta che stranamente era sempre l’ultima a suo avviso. Nonna bofonchiava che era stufa del fumo di sigaretta. Ma nonno fumava comunque e nonna lo amava comunque. Poi fuggivo via hai miei pensieri, infilavo costume e una maglietta tirata fuori a caso dalla valigia e inforcando la bici mi dirigevo al mare. Lasciavo solitamente la bicicletta legata ad un palo della luce, poi lasciando la via centrale, mi inoltravo per i campi di pannocchie e grano. La terra arida, gli ulivi ogni tanto, fiori di arancio lungo il cammino. Il mondo che si schiudeva all’estate e il suo odore invitante. Scendevo dalla collina, verso il lungo crinale che da quei campi ti portava sul mare. E lo si vedeva dalla cima di quel crinale, aprirsi infinito e disteso di quell’azzurro scuro, con milioni di luccichii se il sole era abbastanza alto. Altrimenti se coglievi i minuti prima dell’alba potevi vedere le ultime stelle riflettersi a largo dove le barche sembrano ferme, immobili, come struggenti poesie lasciate ai posteri. Noi. Lì. Nella bellezza infinita.
Scendevo al mare, mi sfilavo via la maglietta e lasciandola sulla battigia, mi inoltravo nell’acqua che mi aspettava. Avevo un sacchetto in nylon per sommozzatori, dove raccoglievo tutti i tesori che il mare donava. Quel giorno andai a caccia di vongole. Solitamente sapevo dove trovarle. Quando avvertivo la marea fermarsi quasi in un punto, allora mi immergevo e lì dove il fondale creava una specie di rinsacca scovavo tutte le vongole che potevo portarmi a casa. Solitamente poco meno di un chilo, era il mio patto col mare. Non privarlo del suo splendore, ma di nutrimi poco e raramente dei suoi frutti. Per me era un giardino, un roseto di rose e libellule. Pesci nuotavano trascinati dalla corrente, piccoli granchi passeggiavano sul fondale. Io osservavo ogni cosa, cercando di godermi il momento. Alcune volte capitava di vedere qualche polpo che si era spinto troppo in là. Ma questi vedendoti scappavano via, lasciandosi dietro una scia di inchiostro nero. Se ti spingevi a largo, durante qualche periodo, potevi scorgere tartarughe nuotare placidamente verso il blu scuro del mare. Rare volte mi spingevo cosi a largo, ma le poche volte che lo facevo rimanevo a galla a galleggiare, lasciandomi trascinare dalle correnti. Solitamente dopo la mia nuotata che durava ore. Amavo nuotare nel mare, ero un’abile nuotatore, essendo sempre abituato fin da bambino a rapportarmi col mare e con le sue regole. Tornai a riva.
Presi fiato e mi sedetti sulla battigia, riscaldandomi col primo calore che s’abbassava dall’atmosfera. Stavo a guardare il mare per un’altra oretta, poi appena arrivavano i primi turisti, tornavo a casa col mio bottino e le immagini impresse nella memoria. Prendevo la bicicletta dove la lasciavo, pedalavo verso casa. Per trovate i miei nonni sul davanti della casa, che parlavano coi vicini di casa. Fino a quel momento, non li avevo mai visti. Avevano una casa in città e per quell’estate avevano deciso di sfruttare la loro casa in campagna. Venni accolto come un eroe, quando smontando dalla bicicletta, andai verso i miei nonni con il sacchetto di vongole. Nonna andò subito a prendere una bacinella d’acqua, dove lasciammo le nostre vongole. Nonno mi tiro per un braccio e mi presentò. Hai tuoi genitori Rosy. Quella volta non ti vidi. I tuoi mi dissero che eri andata con tua sorella in spiaggia. E per poco forse non ci incontrammo sulla medesima spiaggia. Poco importa. L’amore forse non ha mai fretta nel suo fiorir in primavera. Quindi l’estate cos’è? Se non lividi sulla schiena?

A vestal.

C’è tutto un casino, mille colori, mondi, caleidoscopio di brani. I miei vinili, i dischi, i libri, le scarpe fuori sul pianerottolo. C’è vita dovunque, e qualunque essa sia, c’è sempre quel perdere tempo. Quel dovere fare cose per costrizione. Non diamo colpa a nessuno, la società siamo noi. Queste cose le accettiamo noi, è un compromesso. Scambi il tuo tempo per ottenere qualcosa in cambio. Quanto quindi valgono le nostre vite? Quanto vale la nostra vita? Quanto i sentimenti? Quanto le gioie? Quanto i dolori? L’amore sarà realmente per sempre?

C’è un casino, mille strade, appartamenti, mondi, colori, marciapiedi, piste ciclabili, foreste, zanzariere. C’è tutta questa privazione, i vinili non suonano e i dischi non si ascoltano. C’è Spotify, Netflix, c’è tutto questo. Non si viaggia, al di fuori della mente, non ci si assembra al di fuori della mente. Ma solo lì puoi fare, solo lì puoi trovarti dovunque senza dar spiegazioni ad altri. C’è un casino, la mia camera, il mio bagno, quattro mura che a stento trattengono il mio essere. Crepe sui muri, il tetto pendente, l’antenna oscilla al vento cercando segnali di miliardi di canali, con milioni di pubblicità al seguito. Ti vendono cose. Ti regalano cose. Ti rendono schiavo. Ti regalano la libertà a gocce dicendo che quello è riposo, e che quindi il riposo al di fuori dell’orario lavorativo è peccato capitale. La verità è che viviamo in un mondo che ti giudica in base al lavoro che fai, al quanto lavori e al come ti impegni. Ecco, rimarrai povero a vita. Anche se lavori dodici ore al giorno, rimarrai povero. E questa cosa non te la dice nessuno. No, dicono di lavorare, lavorare, lavorare. Spaccati la schiena che poi andrai in pensione. Il tutto senza farti pensare che in mezzo ci sono gli anni migliori che la vita ti può proporre. Non parlo banalmente di gioventù, parlo di adolescenza, di maturazione, di altre cose al di fuori di questa idea che il lavoro può essere cardine per fondare un paese. Perché a mio avviso, ciò significa che si può benissimo fondare un paese sullo schiavismo. Del resto abbiamo colonizzato l’Africa per poter offrirle una cultura e non certo per le sue risorse o per l’oro o altri metalli preziosi. No, solo ed esclusivamente per offrire la nostra cultura. Bene. Continuiamo a dirci queste cose. Che è tutto un grande disegno. Che ognuno deve fare la sua parte, contribuire per quel ipotetico, fasullo, bene superiore. Continuiamo a prenderci in giro e anche per il culo. La realtà è che lavorare è quel qualcosa che ti costringe ad essere povero, sebbene ti pagano in base oraria con briciole di pane. E non parlo solo di base monetaria. Parlo anche di base culturale, di base artistica, di poesia, di altre cose che ripagano in egual misura il tuo tempo. La tua vita. Cristo la tua vita.

A existential.

In questa fine epocale, scrivo avendone bisogno esistenziale; ti amo.

Volevo iniziare cosi, oggi, un piccolo canto o forse più un vizio che continuo a perseguire. Quel romanticismo che non vuole staccarsi dalla mia pelle, sebbene quell’amore che continua sempre a sfuggirmi persegue il suo cammino. Non c’è sconforto più grande, trovarsi di notte sotto queste miliardi di stelle e pensare a quanto fosse bello potersi baciare senza però poterlo realizzare. Non c’è sconfitta più grande per me. Un altra giornata che passa senza essersi amati, baciati, vissuti. Pare sia una giornata sprecata, per cosa poi?. Il tempo scorre, leggo Tolkien e penso alle vallate che si aprono su panorami celesti. Penso immancabilmente alle balene, all’oceano indefinito e mistico oltre queste città semi aperte o semi chiuse. Oltre il bordo dei palazzi, e quei specchi di persone simili a cocci rotti, dove anime si specchiano senza riconoscersi più. Bruciamo in vite brulicanti d’impegni, dimenticandoci di questo stillicidio che ci insegue. Ho un sogno, partire. In tutto questo, continuo a rimanere fermamente convinto di prendere il mio zaino e partire per scoprire il mondo, catturarne tutta la sua luce e renderla eterna in qualche modo. Vorrei solcare tutti i mari, gli oceani. Vorrei volare giù da montagne e incamminarmi per Santiago e oltre. Scoprire il Rio, Messico, deserti, fiori colorati, sabbia fine, spiagge cristalline. Inseguire giocattoli rotti in isole spezzate da vulcani. Inseguire parole, tenerne traccia e scrivere ulteriormente di tutta questa luce che fluttua sopra queste piante, sopra queste stelle. Fori cadenti di petali sfioriti sui balconi che viviamo come fosse la nostra ora d’aria concessa in maniera benevola. Se questa è la libertà son ben contento di vivere in quel metro quadro con fiori e piante di basilico e origano. Si, molto contento di questa nostra fine. Si, molto contento di veder passare oltre l’orizzonte il sole, e sapere che un’altra giornata è passata senza aver baciato, amato, vissuto. Il cesso di queste giornate oramai è intasato. Chiamerò lo spurgo domani, magari si sistema tutto.

A kiss forever.

Una storia breve.

Tutto fluisce, scorre, come sabbia nelle clessidre ferme su quei balconi dove fiori coloravano antiche case. Ville rinascimentali che si affacciano su un Tevere moro dalle piogge. Roma si colora della primavera, la gente assume quell’aria bonaria di chi sente il bel tempo arrivare. I motorini escono per strada, in sella persone di varie età e passioni. C’è chi lavora in radio, chi suona chitarre, chi porta poesie ad amate inesistenti, chi porta il peso dei propri pensieri in giro per quei millenni. Divisi fra archi, colonne, anfiteatri. Chi legge libri sulle panchine, chi si scambia fotografie per istantanei ricordi di quando la vita scorreva e nel suo scorrere ci soccorreva dalla pesante esistenza che trasciniamo in quei passi stanchi, fin alle risate spente la sera. Dove le tende alle finestre ci coprono da quel pesante portamento di maschera da tempo assunta. Poi i buoni odori della cucina, ci ricordano che la vera vita è altrove, oltre questa continua lotta di inclusione. Questa possibile libertà, l’amore, il romanticismo non più vecchio, ma solo nuova onda da cavalcare. Nei pomeriggi nei parchi, a rincorrere i cani e le persone che corrono per sport o per semplicemente prendere la coincidenza del pullman che ti porta vicino a Piazza Navona. Scappa, fuggi dal traffico e sdraiati sul prato. Il miglio verde che si separa, la collina che ci divide, dietro ti vedo, ti percepisco come bacio ripetuto all’infinito di questo stillicidio che è la vita. Mi dico che il romanticismo non è portarti dei fiori, ma che esso è il motivo per cui su questa fottuta terra nascono. Mi dico che la tua fronte è perfetta per posarci su baci di labbra rosso ardore. Mi dico che sei bella, senza aver bisogno di convincermi. Lo sei. Punto. Mi dico che non ci baceremo per sempre, sebbene il mio intento è questo. Quello di ripetere questo atto di fede ogni giorno, affinché rimanga nostro per sempre. Ma quell’atto non fa parte del tempo, non finché rimarrà eterno; fuori dalle leggi del tempo.

La vera domanda giunge spontanea, allora perché noi ci baciamo? Non facendolo per sempre fra l’altro. Risposta, perché tu sei qui e la nostra vita esiste. E sembra banale, ma dovremmo assumere questo pensiero in poche dosi alla volta, beneficiando degli effetti collaterali. Ci si diverte nella passione di far all’amore. E altri fiori coloreranno quei balconi e le cattedrali, mentre spogliandoci riprende a piovere fuori violentemente.

A Childhood.

Mi trovo ad affacciarmi in un posto che sa di infanzia. Quella casa che da bambino abitavo, dove non si sentiva il mare ma potevo immaginarlo. Mi trovo a parlare al me presente con quello del passato, come fossi al telefono. Come stessi semplicemente messaggiando con faccine che sorridono e faccine di scimmie simpatiche. Ricordo ancora il sillabario con cui imparavo cose nuove. Storie sopratutto. Storie di mare, uomini e donne che dipendevano dai frutti del mare e senza dubbio che esso sia buono e gentile con loro. Storie di balene, la mia dislessia. Quel canto inseguito e vestale, ma profondo in un’oceano di casini. Qui solo. Qui in compagnia. Qui ancora solo. Qui che si parla di me nelle foto in cui non sono stato ritratto. Qui disperato. Qui. Casa mia. Mi sporgo fuori e per strada rivedo gli stessi cartelli che da casa mi accompagnavo a scuola. Il banco. Le sedie. La cattedra. Tutto come fosse il presente. Quello di adesso. Quello che sto vivendo ora. Ordalia. Tutto così frettoloso. Studia. Verifiche. Interrogazioni. Dove sta la libertà? In tutto questo professore dove sta la libertà? Dov’è il mio tempo. Dov’è il problema di dover aver tutto subito senza ritardi. Dov’è il piacere della scoperta? Dov’è mio capitano? Dov’è che le foglie d’autunno cadono? E i sogni? E i sogni erotici? La masturbazione? Tu? Noi? L’amore? E la poesia infine. Dov’eri tu amore? In tutto ciò dov’eri. Io forse mi stavo preparando a sentirmi dentro. A capire cosa poteva dare il mio cuore oltre che a semplici pulsazioni. Capivo che la mia anima somigliava alla mia dislessia. Così imperfetta ma con luce dentro in abbondanza. Così da poter portare la felicità nella tua vita stressante. Ma tutta questa libertà persa non tornerà indietro. E saremo sempre più vicini allo stillicidio di questa vita senza mai aver conosciuto Whinnie Pooh e Peter Pan. Ma avendone letto i libri potremmo in qualche modo averli intravisti nei cassetti di quei comodini o nei boschi dove le infanzie si smarriscono per mai più tornare.